Eutanasia tra Occidente e Asia: Religione, Legge e Famiglia

Cattolici, Protestanti e Tradizioni Asiatiche nel Fine Vita

Qualche giorno fa ho visto un film intitolato “La Grazia”, diretto da Paolo Sorrentino. Tra i tanti temi che affronta, il film solleva la possibilità che il presidente italiano, a fine mandato, firmi la legge sull’eutanasia. Da un lato il giurista cattolico, maturo e inflessibile. Dall’altro un giovane giurista pieno di idee, che pone una domanda rimasta con me per giorni: a chi appartengono i nostri giorni? È stata quella domanda a spingermi a scrivere di questo argomento. Come sapete, su questo sito non difendiamo né una né l’altra posizione. L’obiettivo è presentare la realtà e le novità più recenti nella letteratura medica. Buona lettura.

Nel 1991, un medico dell’Università di Tokai in Giappone somministrò cloruro di potassio a un paziente in coma irreversibile, su richiesta della famiglia. Fu condannato per omicidio a due anni di carcere con la condizionale. Trent’anni dopo, quella sentenza è ancora la norma in quasi tutta l’Asia. Questo fatto dice qualcosa di preciso: dove si nasce, in quale cultura e con quale fede religiosa, determina come si muore e chi decide.

L’eutanasia — dal greco eu (buona) e thanatos (morte) — è uno degli argomenti più dibattuti nella bioetica contemporanea. Non esiste un consenso globale. Esistono invece tradizioni culturali, dogmi religiosi, codici legali e dinamiche familiari che producono risposte radicalmente diverse alla stessa domanda: chi ha il diritto di decidere la fine di una vita che soffre?

Questo articolo analizza le differenze tra la cultura occidentale — cattolica, protestante, latina e sassone — e quella asiatica, con attenzione a Islam, Induismo, Buddhismo, Confucianesimo, Cina, Giappone e India. Le fonti usate sono articoli pubblicati su PubMed, Frontiers in Psychology, Journal of Religion and Health, SAGE Journals e Archives of Public Health.

 

Eutanasia attiva, passiva e suicidio assistito: i termini che contano

Prima di confrontare le culture, è necessario distinguere i termini. In letteratura scientifica si usano definizioni precise, e confonderle porta a errori sia etici sia legali.

L’eutanasia attiva avviene quando un medico somministra direttamente una sostanza che provoca la morte del paziente, su sua richiesta esplicita. È legale nei Paesi Bassi (dal 2002), in Belgio, in Spagna, in Colombia e in Canada. L’eutanasia passiva è diversa: si interrompono o non si avviano trattamenti che prolungano la vita. Questa forma è molto più ampiamente tollerata, anche in contesti religiosi. Il suicidio assistito dal medico (PAS, physician-assisted suicide) prevede invece che sia il paziente ad autosomministrarsi il farmaco letale prescritto dal medico. È permesso in Svizzera, in Austria e in alcuni stati degli USA.

DEFINIZIONI CHIAVE

  • Eutanasia attiva: il medico somministra il farmaco letale su richiesta del paziente
  • Eutanasia passiva: si sospendono cure che prolungano la vita
  • Suicidio assistito (PAS): il medico prescrive, il paziente si autosomministra
  • EPAS: termine anglosassone che include entrambe le forme

Una meta-analisi citata da Grove, Lovell e Best nel Journal of Religion and Health (2022) ha identificato 44 articoli accademici su eutanasia e religione: 25 sul Cristianesimo, 9 sull’Islam, 7 sull’Ebraismo, 5 sull’Induismo e 4 sul Buddhismo. La distribuzione riflette dove il dibattito è stato più acceso e dove le tradizioni religiose hanno avuto più voce politica.

Attualmente, secondo il Parlamento Europeo (2025), 26 giurisdizioni nel mondo hanno qualche forma di morte assistita legalizzata: sei stati australiani, Belgio, Canada, Colombia, Ecuador, Lussemburgo, Paesi Bassi, Nuova Zelanda, Spagna, Svizzera e 10 stati degli USA. I Paesi Bassi sono stati i pionieri mondiali nel 2002.

 

L’Occidente diviso: cattolici e protestanti

La posizione della Chiesa Cattolica sull’eutanasia è netta. Il documento Samaritanus bonus, emesso dalla Congregazione per la Dottrina della Fede il 22 settembre 2020, ribadisce che ogni forma di eutanasia attiva è incompatibile con la dignità della persona umana. La vita è un dono di Dio; solo Lui ne è il padrone. Al tempo stesso — e questo è spesso dimenticato — la stessa Chiesa insegna che la vita non deve essere preservata a qualsiasi costo. L’accanimento terapeutico è condannabile quanto l’eutanasia. L’obiettivo è accompagnare il malato con cure palliative, non prolungarne artificialmente l’agonia.

Uno studio pubblicato su SAGE Journals nel 2024 da Kozakowski ha definito questa posizione come una “via di mezzo”: né eutanasia attiva, né accanimento terapeutico, ma cura integrale della persona. Questa visione influenza direttamente i sistemi sanitari dei Paesi cattolici: in Italia, Portogallo, Polonia e America Latina, le cure palliative ricevono spesso più investimenti pubblici rispetto al dibattito sull’eutanasia.

L’Italia non ha ancora una legge organica sul suicidio assistito. La Corte Costituzionale è intervenuta più volte dichiarando incostituzionale la criminalizzazione in certi casi, ma il Parlamento non ha prodotto una norma. Un’analisi del 2024 su PubMed (PMC12027273) definisce la regolazione italiana “incoerente” e suggerisce di adottare il modello spagnolo o portoghese.

La Spagna è il caso più interessante: Paese cattolico per tradizione storica, ha legalizzato l’eutanasia nel 2021, diventando il quarto Paese europeo a farlo. In Europa, nel 2025, quattro Paesi UE permettono l’eutanasia somministrata dal medico: Belgio, Spagna, Lussemburgo e Paesi Bassi. Germania, Italia e Austria permettono solo il suicidio assistito in condizioni specifiche.

Le chiese protestanti non sono un blocco unitario. Le chiese evangeliche conservatrici — teologicamente vicine alle posizioni cattoliche — si oppongono a qualsiasi forma di eutanasia attiva. Le chiese protestanti liberali, invece, tendono a privilegiare l’autonomia individuale del paziente. Uno studio su 614 ministri del culto cattolici e protestanti dell’area di Cleveland (PubMed, PMID: 12337911) ha mostrato un dato contro-intuitivo: i protestanti conservatori si opponevano all’eutanasia passiva persino più dei cattolici. La divisione interna al protestantesimo è quindi più rilevante dell’appartenenza denominazionale in sé.

I Paesi Bassi e il Belgio — entrambi con forte tradizione protestante e secolarizzata — sono stati i pionieri mondiali. Una revisione narrativa pubblicata su Frontiers in Psychiatry nel 2022 (Marijnissen, Chambaere, Oude Voshaar, DOI: 10.3389/fpsyt.2022.857131) documenta 20 anni di esperienza con l’eutanasia nella demenza, inclusi i dilemmi etici nei pazienti con capacità decisionale ridotta.

 

L’Islam: la vita come dono inviolabile di Allah

Nell’Islam, la vita è un dono (amanah) che Allah ha affidato all’essere umano. Non appartiene a chi la vive. Questo principio teologico ha conseguenze dirette: nessun musulmano ha il diritto di porre fine alla propria vita, e nessun medico ha il diritto di farlo per lui.

Una revisione narrativa del 2020 pubblicata su Medicine, Science and the Law (SAGE Journals, DOI: 10.1177/0025802420934241) di Madadin et al. ha consultato il Corano, gli hadith e i codici legali di vari Paesi islamici. La conclusione è univoca: sia l’eutanasia attiva sia il suicidio assistito sono vietati dalla legge islamica. Il medico che partecipa all’eutanasia rischia la pena capitale, anche se il consenso del paziente o la sua richiesta reiterata può ridurre la pena all’imprigionamento e alla revoca della licenza medica.

Esiste una distinzione tra le correnti islamiche. La scuola sunnita e quella sciita concordano sull’illiceità dell’eutanasia attiva, ma divergono sull’eutanasia passiva. Alcune interpretazioni sciite permettono la sospensione di trattamenti considerati futili quando la morte è inevitabile — avvicinando la posizione a quella cattolica sull’accanimento terapeutico.

Il crescente numero di pazienti musulmani che vivono in Paesi occidentali con leggi sull’eutanasia ha generato tensioni concrete. Una revisione sistematica su Journal of Pain and Symptom Management (2024) ha esaminato le esperienze di pazienti e caregiver musulmani in Paesi non islamici, rilevando difficoltà comunicative con il personale sanitario e una forte preferenza per le cure palliative intensive rispetto alla morte assistita. Per un medico che lavora in un sistema sanitario europeo, questa differenza non è trascurabile.

 

Induismo, Buddhismo e il karma come guida al fine vita

In India, il dibattito sull’eutanasia è inseparabile dal concetto di ahimsa — la non-violenza verso ogni essere vivente, principio cardine dell’Induismo, del Buddhismo e del Giainismo. Porre fine intenzionalmente a una vita, anche per compassione, è visto come un’interferenza nel processo naturale del karma.

Il karma è il principio che ogni azione ha conseguenze nelle esistenze future. Una morte anticipata artificialmente può interrompere un processo di maturazione spirituale necessario. Questo non significa che la sofferenza sia ignorata: il Buddhismo ha sviluppato una filosofia elaborata della sofferenza (dukkha) e del suo superamento. Ma il superamento si ottiene attraverso la pratica spirituale, non attraverso la morte indotta.

Una review del Grove et al. (Journal of Religion and Health, 2022) ha analizzato i testi primari delle due tradizioni. Conclusione: sia l’Induismo sia il Buddhismo si oppongono all’EPAS, pur lasciando spazio a interpretazioni compassionevoli in casi estremi. L’Induismo ammette forme di suicidio rituale motivato religiosamente — come il prayopavesa, il digiuno fino alla morte per motivi spirituali — ma questo è profondamente diverso dall’eutanasia medica.

In India, la Corte Suprema nel 2018 ha chiarito: l’eutanasia passiva è permessa in condizioni precise (paziente in stato vegetativo permanente, consenso informato documentato). Quella attiva resta illegale. Un articolo del Journal of Social Science Research and Review (2024) ha documentato come la cultura indiana valorizza fortemente il ruolo della famiglia nelle decisioni di fine vita: i pazienti di origine indiana, anche emigrati negli USA, mantengono la preferenza per il coinvolgimento familiare.

POSIZIONI RELIGIOSE A CONFRONTO

  • contrario all’eutanasia attiva; tolera l’interruzione dell’accanimento terapeutico
  • contrario quanto i cattolici o più
  • favorevole all’autonomia individuale
  • contrario a tutte le forme; la vita appartiene ad Allah
  • contrario per ahimsa e karma; eccezioni rituali esistono
  • contrario; la sofferenza ha senso spirituale e va superata diversamente

Cina e Giappone: Confucianesimo, famiglia e assenza di legge

Cina e Giappone condividono un substrato culturale confuciano che pone la famiglia al centro di ogni decisione importante, inclusa quella di morire. Il Confucianesimo enfatizza le relazioni umane e la pietà filiale: i figli hanno il dovere di prendersi cura dei genitori anziani. In questo contesto, rinunciare alle cure per un genitore è spesso percepito come abbandono, non come rispetto della sua volontà.

In Cina, l’eutanasia è illegale in tutte le sue forme. Non esiste una legge specifica che la vieti esplicitamente, ma non esiste nemmeno una che la permetta. Un’analisi del 2024 pubblicata su Frontiers in Psychology (Liu & Liu) ha documentato come le famiglie cinesi accettino verbalmente l’interruzione delle cure, ma rifiutino di farlo per iscritto per paura delle reazioni sociali. Chi lascia morire un genitore anziano rischia di essere accusato di violare la pietà filiale.

Il grande studio nazionale cinese pubblicato su Archives of Public Health (Springer Nature, 2025) ha raccolto 31.449 questionari da adulti in tutto il territorio nazionale. I risultati mostrano che la paura di essere un peso per la famiglia e la perdita di dignità hanno un potere predittivo maggiore della gravità della malattia fisica nelle decisioni di fine vita. Questo mette in discussione l’assunzione comune secondo cui la sofferenza fisica è il fattore determinante: in Cina, è il contesto relazionale a contare di più.

In Giappone la situazione è simile. Il caso dell’Università di Tokai del 1991 — in cui un medico fu condannato per omicidio dopo aver somministrato cloruro di potassio su richiesta della famiglia — ha creato un precedente che rende i medici molto cauti. Un’analisi del 2025 (PMC11748524), approvata dall’Ethics Committee dell’Università di Tokyo, ha confrontato le posizioni di medici e pubblico. I medici giapponesi sono più contrari all’eutanasia rispetto ai colleghi occidentali, mentre circa un terzo del pubblico la approva. La spiegazione sta nell’influenza confuciana: il processo decisionale è centrato sulle relazioni familiari, non sull’autonomia individuale.

La Corea del Sud è un caso anomalo: l’eutanasia è illegale, ma circa l’ 80% dei cittadini è favorevole a qualche forma di morte assistita. Nel 2024 è stato presentato il primo disegno di legge. Psychiatric Times (2026) attribuisce questa apertura alla maggiore occidentalizzazione della Corea del Sud rispetto al resto dell’Asia.

 

Il ruolo della famiglia: un confine culturale invisibile

Uno dei contrasti più profondi tra cultura occidentale e asiatica riguarda chi ha il diritto di decidere. Nel modello individualista occidentale — soprattutto nei Paesi sassoni come Olanda, Belgio, Germania e USA — la decisione appartiene al paziente. Le direttive anticipate scritte sono strumenti legalmente riconosciuti. Il medico ha il dovere di rispettare la volontà del paziente, anche contro il parere della famiglia.

Nel modello collettivista asiatico — Cina, Giappone, India, Corea — la famiglia è il soggetto decisionale per eccellenza. In molti casi, al paziente non viene nemmeno comunicata la diagnosi terminale: è la famiglia che riceve le informazioni e decide. Uno studio citato su EthnoMed (2024) ha documentato che coreani e messicano-americani considerano la famiglia come soggetto decisionale per la sospensione delle cure, piuttosto che il singolo paziente.

Il Buddhismo, il Confucianesimo e il Cristianesimo asiatico rinforzano tutti il concetto di pietà filiale: i figli devono evitare che i genitori siano “abbandonati” dalla medicina. Questo crea situazioni cliniche complesse nelle terapie intensive. Una revisione su PMC (PMC4057346) ha documentato come in Cina, anche quando famiglie e pazienti desiderano l’eutanasia, l’impossibilità di firmare il documento scritto lascia i medici in una condizione di incertezza permanente.

Anche nella cultura cattolica latina — Italia, Spagna, America Latina — la famiglia ha un peso forte nelle decisioni di fine vita, sebbene in modo diverso da quello asiatico. La differenza è che nel modello latino la sofferenza familiare è vissuta come solidarietà, non come violazione di un obbligo strutturale. Questa distinzione spiega perché la Spagna, Paese cattolico, ha potuto legalizzare l’eutanasia nel 2021: l’autonomia individuale del paziente è stata percepita come parte del rispetto per la sua dignità, non come rottura di un legame familiare.

 

La cultura del paziente è uno strumento clinico

La domanda su chi abbia il diritto di decidere la fine della propria vita non ha una risposta universale. Ha risposte culturali, che cambiano a seconda di dove si nasce, di cosa si crede e di chi si ama.

Nei Paesi cattolici la vita è un dono sacro che non deve essere prolungato artificialmente oltre ogni limite. Nei Paesi protestanti liberali l’autonomia individuale è il valore supremo. Nell’Islam la vita appartiene ad Allah. Nelle tradizioni induista e buddhista il karma e l’ahimsa rendono l’eutanasia un’interruzione di un processo spirituale. In Cina e in Giappone, la famiglia decide.

Per chi lavora in medicina, questa mappa culturale è uno strumento clinico essenziale. Sapere da quale tradizione viene il paziente cambia come si parla di prognosi, come si coinvolge la famiglia, e quali opzioni si propongono. Un paziente cinese che rifiuta di firmare le direttive anticipate non è disinformato: sta seguendo una logica relazionale diversa dalla nostra. Un paziente musulmano che rifiuta le cure palliative sedative non è irrazionale: sta proteggendo un principio teologico che per lui è fondante.

Le cure del fine vita non sono mai solo mediche. Sono sempre anche culturali. Il primo passo per migliorarle è riconoscere questa differenza senza giudicarla.

Due articoli del sito possono integrare questa prospettiva: la ricerca sulla spiritualità e il benessere nell’invecchiamento e l’analisi delle teorie dell’invecchiamento confermano che i valori culturali influenzano la salute ben prima del momento finale.

 

Riferimenti

1. Grove G, Lovell M, Best M. Perspectives of major world religions regarding euthanasia and assisted suicide: a comparative analysis. J Relig Health. 2022;61(6):4758–4782. doi:10.1007/s10943-022-01498-5

2. Guzowski A, Fiłon J, Krajewska-Kułak E. Strength of religious faith and attitude towards euthanasia among medical professionals and opinion makers. J Relig Health. 2024;63:1075–1090. doi:10.1007/s10943-023-01860-1

3. Kozakowski JL. Catholic teaching: a middle ground and guide for end-of-life care. Christian Bioethics. 2024. doi:10.1177/00243639221141230

4. Madadin M, Al Sahwan HS, Altarouti KK, et al. The Islamic perspective on physician-assisted suicide and euthanasia. Med Sci Law. 2020;60(3):225–232. doi:10.1177/0025802420934241

5. Marijnissen RM, Chambaere K, Oude Voshaar RC. Euthanasia in dementia: a narrative review. Front Psychiatry. 2022;13:857131. doi:10.3389/fpsyt.2022.857131

6. Liu X, Liu Y. Ethical dilemmas and legal ambiguity in China. Front Psychol. 2024;14:1342798. doi:10.3389/fpsyg.2023.1342798

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9. Srivastava V et al. Ethics of legalization of euthanasia in the Indian context. Int J Soc Sci Res Rev. 2025.

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